MONOLOGO PER Blade Runner
–Voglio vedere la mostra prima che chiuda.
L’inserviente che pulisce i bagni del teatro risponde che non si può permettere di andare nei musei col suo stipendio. Noto che non mi guarda, mentre cambio i vestiti. Forse preso dall’imbarazzo, inizia a raccontarmi che sempre più spesso si trova a spazzare per terra dei resti di falene.
–Falene artificiali– dice, e mi spiega del difetto insito nella loro fabbricazione. Mi spiega che come quelle vere sono programmate per seguire i lampioni, ma si avvicinano troppo, e il calore le disfa, bruciandole. Le rispondo che secondo me quelle vere non sono programmate così, ma che ora cercano solo d’imitare una forma di vita superiore.
–Come fa a esserne così sicura?
Non lo sono, così mi taccio. Esco dal bagno velocemente, corro su un taxi, che sorvola la città di nebbia e neon. All’ingresso mi fanno storie perché siamo a ridosso dell’orario di chiusura, ma poi il direttore del museo mi riconosce.
–Lei è Luba Luft, la cantante..?
Quando entro nella prima stanza, mi accorgo che il museo è ancora pieno di gente e mi guasto. Una maestra non riesce a badare alla sua scolaresca. Gli studenti urlano, giocano spingendosi, tirandosi i capelli, si ammassano davanti ai quadri, mentre scattano fotografie su fotografie.
–Lei è Luba Luft, la cantante..?
La maestra cerca dentro la borsa una penna e un quaderno. Strappa un foglio, me lo porge.
Non ho il tempo di firmare che tutti quei mocciosi ci accerchiano e cominciano a domandare:
–Chi è lei? Ma chi è? Chi è?
La maestra risponde che sono Luba Luft, famosa cantante lirica e loro mi guardano perplessi come se questa affermazione non gli importasse nulla.
Finalmente rimasta sola, posso osservare i quadri esposti. Mi fermo davanti a un dipinto a olio. Un’opera che raffigura una strana creatura, forse un essere umano senza peli, le mani premute sulle orecchie e la bocca spalancata in un urlo. Capisco che il quadro dovrebbe inquietarmi, ma mi è del tutto indifferente. Così mi sposto di una stanza, cammino, mi fermo davanti ad altri, osservo, non provo nulla. Terza stanza, cammino più lenta, cerco di soffermarmi per un tempo maggiore, ma i dipinti mi provocano tutti lo stesso effetto. Noia forse. Nulla.
Poi arrivo di fronte a questa donna seduta sul letto, guardo il suo corpo, è diverso, non è più un rifugio. Capisco quella donna e capisco il suo corpo. È come se si fosse trasformato in un dubbio, una domanda, un’ombra proiettata sul muro più grande di qualsiasi risposta. Mi porto la mano d’istinto sul viso, sento gli occhi pesanti e per qualche motivo non riesco a distoglierli.
–Vuole che glielo compri?
Riconosco quella voce, l’uomo da dietro mi afferra il braccio. Non ho vie di fuga, il cacciatore di taglie lo sa e per questo non stringe forte. Poi una mano, più grossa e con una presa decisa, mi blocca dalla spalla. Il suo collega, un altro cacciatore, mi preme la pistola contro la schiena.
–Non è mica in vendita– rispondo.
Ho un sussulto, vedo per un istante il momento in cui il mio corpo si decomporrà, poi glielo dico, a quel cacciatore:
–Tu non sei umano, non più di me: anche tu sei un androide.
Le mie parole creano silenzio tra i due cacciatori e una specie di sospetto. Percorriamo a ritroso il museo verso l’uscita, fingo di stare bene perché i mocciosi ci osservano. Poi glielo chiedo, al cacciatore con la presa tenera, che dovrebbe chiamarsi Rick Deckard:
–Mi compra una riproduzione del quadro che stavo guardando quando mi avete trovata?
Non mi dice che lo farà, ma lo vedo avvicinarsi alla cassa e domandare all’addetta del museo. Torna verso di me con un bel volume patinato che mi porge.
L’altro cacciatore interviene affermando che il suo ufficio non glielo rimborserebbe nemmeno in un milione di anni e Rick ribatte che sono soldi suoi.
–È davvero carino da parte sua, mi piacciono molto i libri d’arte – gli dico, mentre entriamo in ascensore. –Gli esseri umani sanno essere molto strani e commoventi. Un androide non lo avrebbe mai fatto.
Poi lancio una gelida occhiata al suo collega.
–A lui, per esempio, non sarebbe mai venuto in mente; come ha detto, appunto, neanche in un milione di anni.
Continuo a fissarlo con ostilità. Ma la mia rabbia si tramuta subito in stanchezza. Ripenso al dipinto della donna. Glielo dico. Tanto ormai non posso più fingere. Gli androidi non li sopporto più. Da quando sono arrivata qui da Marte ho dedicato la mia vita a imitare il comportamento umano, a fare quello che avrebbero fatto loro, ad agire come se avessi gli impulsi e i pensieri di un umano. Per quel che mi riguarda, cercavo d’imitare una forma di vita superiore. E poi, rivolgendomi al cacciatore di taglie che mi tiene puntata la pistola laser, aggiungo:
–Non è quello che hai fatto anche tu? Hai cercato di…
Ma lui è stufo delle mie parole e lo sono anche io. Sento che armeggia da dietro la giacca, mentre Rick prova a impedirgli di giustiziarmi lì, in ascensore. Ritirarmi in ascensore. Dicono così. La giustizia è un lusso riservato agli umani.
Un colpo esplode, riesco a evitarlo gettandomi a terra, ma il secondo mi buca la pancia. E mi viene da urlare dal dolore, proprio come quella creatura nel quadro che non mi ha generato nessuna emozione.
E allora perché adesso ho così paura?
Volevo vedere la mostra prima che chiudesse. Ho letto in un libro che l’arte è lo strumento che gli umani usano per provare da migliaia di anni di possedere un’anima. Ho sempre pensato che fosse una bugia, l’anima, solo adesso capisco che è come un’ombra, una domanda più grande di qualsiasi risposta si possa trovare.
E non conta più che dalla mia pancia bucata escano sangue o fili e circuiti.