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MONOLOGO – Come foglie d’autunno

Questo è il nostro ultimo film e comincia in televisione, verso la fine del telegiornale, dopo i servizi di costume e la cronaca sportiva sui primi gol del nuovo centravanti in campionato. Dissolvenza, un uomo in giacca indica con una bacchetta le varie città in grafica e promette che la prossima settimana il tempo cambierà. La linea passa ancora, al gioco a premi, agli sponsor, alla nuova fiction della rete, che passa come un sacrestano, casa per casa, ora per ora, a spegnere i lumini prima di dormire. Poi alla mattina le serrande si sollevano e le strade in città sono un’orchestra di clacson senza direttore, con i fiati dei bambini di corsa prima della campana e il lento andare dei tromboni in marcia verso il lavoro.

Qualcuno, forse un ragazzo vestito bene, che sta andando anche lui a lavoro, è fermo in coda al semaforo, ascolta la radio e una brutta canzone un po’ âgé gli ricorda la fine dell’estate. È una soggettiva su di lui, Ricorda che la fine di solito somiglia sempre un po’ all’inizio e impara ad esempio a non lamentarsi, a non fare più domande del tipo «cosa faremo adesso?». Socchiude appena gli occhi prima che scatti il verde, perché sfocato riesce a vedere ancora, per un momento, tutto il possibile che è stato estate.

Intanto qualcun altro, forse una ragazza, anche lei vestita bene, sta per uscire di casa; ha già riempito lo zaino e fissa il calendario che dice settembre, e può provare a negare, ma tanto è inutile. Settembre arriva sempre. Sua mamma telefona per dire di stare attenta al tempo che cambia. In giro si vedono altri ascoltatori dell’uomo in giacca, hanno tirato fuori la felpa in più per stare tranquilli; altri invece no, di solito più giovani, ostinatamente resteranno in maglietta ancora stasera e la prossima e finché si potrà, in una propria dimostrazione politica. Hanno ragione a loro modo, pensa la ragazza mentre prende le chiavi ed esce: perché mai credere al calendario? Il calendario è un’invenzione e niente nega la birra fuori dopo cena, o il cinema all’aperto in un bel cortile fino a tardi; si sente in giro parlare di vacanze, e «ma in realtà guarda che fa ancora caldo»; un’amica l’ha invitata a un concertino che si terrà nel localino carino con lo spazio verde sul retro, dove erano stati ai primi di luglio per fuggire dal caldo di città. E lei le ha detto: sì certo a dopo.

Lui intanto è arrivato a sera vivo, è tornato a casa e mangia distratto da una vaschetta di gelato aperta il giorno prima, si butta sul divano e non ha voglia di televisione e giochi a premi stasera, preferisce sfogliare il bouquet di biglietti che ha composto durante l’estate: biglietti aerei, il festival in Spagna, il battello, il cinema all’aperto, un concerto di cui non conosceva la band, c’è anche un foglio di quaderno ripiegato con il disegno di un fiore a matita e il pezzo di carta con su scritto Brad Pitt che gli avevano appiccicato in fronte durante un gioco stupido. Lo scontrino della cena dai pescatori, la polaroid scattata l’ultima notte, in cui sono tutti insieme, gli amici del mare, un po’ mossi, un po’ confusi dal flash, ma tutti insieme.

Lei invece è arrivata a casa più tardi del previsto e non è riuscita ad andare al concertino, ma si sa che i primi giorni sono così, quando si riprende e quando si comincia bisogna metterci qualcosina in più; è contenta si dice, stanca ma contenta, sarà un bell’anno, stimolante, e quando si guarda allo specchio vede ancora il segno dell’abbronzatura sul fianco e per sicurezza passa il pollice lì sulla pelle di confine per vedere che non venga via. Ora scorre invece sullo schermo, ricerca il sole nella memoria digitale, e passa per poco attraverso le vie di un paesino e paesaggi e tramonti, numeri che aveva promesso di richiamare, migliaia di stelle, migliaia di messaggi, di “ma dove sei?” e “Sto arrivando.” L’aveva conosciuta un giorno di giugno. Una canzone sotto il casco in motorino, e il vento della sera sembrava portarsela via. L’amava tanto, un suono allegro e quel ritornello qualsiasi, come vuoi che lo dimentichi. Era una canzone che ci somigliava, pensa mentre si strucca, tu mi amavi, io t’amavo, la canzone che cantavi la sentirò per sempre.

La fine assomiglia sempre un po’ all’inizio, tanto che c’è chi dice che in ogni inizio è contenuta già la fine. Ma l’inizio è speranza e la fine fa paura e l’autunno è sia fine che inizio e allora si fa fatica a contenerlo. Se fosse solo un po’ più facile, guardare meglio, vedere tutto lo spazio che lascia per qualcosa di nuovo. E i luoghi, le frasi, gli amori, qualcosa di loro, qualcosa di noi, una versione di noi.

Così lei rimane aggrappata, finché non prende sonno, finché poi una mattina prende le chiavi ed esce, trova il tram pieno e decide di andare al lavoro a piedi che tanto è presto e si sta bene. E camminando sul marciapiede, cade con gli occhi su una foglia per terra, una semplice foglia, insulsa, patetica, inanimata. Una foglia gialla, rossa, marrone, arancione, una foglia con le vene spente e i segni delle scarpe di chi è passato prima, spinta dal vento via dal marciapiede e che ora non c’è più. Ma dove vai, aspetta ancora un minuto. Il vento e il passo altrui, il vizio dell’amore e il segno dell’abbronzatura, la foglia corre e non si vede quasi più, eppure era lì. Il mare era lì, il sentiero era lì, la notte e il mattino, la canzone e un bacio, era tutto lì.

La foglia si è alzata in una piroetta e si è gettata per strada. Forse l’ha presa una macchina appena ripartita da un semaforo, e l’uomo vestito bene con gli occhi socchiusi al volante ha avuto tempo di vederla, passeggiare un momento sul parabrezza, prima di scivolare via, chissà dove, se in cielo o sotto le ruote dello scooter affianco.

C’è chi dice che l’autunno sia cominciato proprio così, con una foglia che ieri sera era attaccata al suo ramo, con una foglia che stamattina è scesa giù nell’aria ed è volata via, e nessuno è riuscito ad acciuffarla.

Questo è il nostro ultimo film ed è arrivato ai titoli di coda, e se non si capisce il senso fa niente, ora si leggono i protagonisti e i ringraziamenti. Un elenco di nomi, passano alcuni luoghi, passa il tempo, e il tempo da domani cambierà.

L’ultima dissolvenza, uno spazzino libera il marciapiede da una montagna di foglie colorate che sembrano uscire da un cartone animato. Un altro colpo di saggina e la montagna esplode, le foglie volano in aria e si disintegrano come coriandoli. Foglie d’autunno che non sono foglie morte da raccogliere a palate. Si vedono ancora, nascondono i loro vecchi colori, e a mano a mano, come i vecchi ricordi, si mescolano ai rimpianti. Solo non si capisce quale sia stato il momento in cui hanno cominciato a ingiallire. L’albero forse lo sa, ma non lo dice, di certo sa che arriva il momento in cui è giusto lasciarle andare, una dopo l’altra, senza dare troppo nell’occhio, senza cercare di riprenderle per riattaccarle ai propri rami. Senza scriverci poesie qualunquiste su un pezzo di carta, senza fare confusione.

E così tutto va avanti, e i cantanti dalle radio cantano, e ogni anno foglie d’autunno cadono. I calendari cambiano, i centravanti contano e tutto il resto è inutile.

Moth Produzioni

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