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MONOLOGO PER Gli spiriti dell’isola

Buonasera, questo è il momento di Romantici a Milano in cui introduciamo il film con un piccolo monologo. Ecco, mi scuserete, ma dato che nel film di stasera si parla di amicizia, io ho pensato di cogliere l’occasione per parlare direttamente a Simone Burani. 

Simone Burani. 

Beh, capisco dalle vostre facce che questo nome non vi dice niente. 

Allora caro Simone Burani, ti presento al pubblico. Tanto tempo fa, eravamo grandi amici io e te. Ma ultimamente, e con ciò intendo un arco di 10 anni, non ho pensato per niente a te. 

Una battuta, quando parlo con altri amici che frequento ancora oggi. Si parla degli anni del liceo e dopo un ti ricordi di quello, ti ricordi di quell’altra si arriva a: “ah si c’era anche Simone Burani” “che fine avrà fatto Simone Burani”, “ma te lo ricordi Simone Burani”. 

Certo che me lo ricordo, eravamo grandi amici con Simone Burani. Eravamo, tempo passato, imperfetto, e poi fine. Una cartolina di saluti prestampati, breve e dolce, diretta all’anima, perché è tutto quello che ho in mente di te. 

Se pensi che ora ne parli per un ripensamento, ti sbagli. Non ripenso affatto, disconosco la nostalgia e continuo la mia vita nella totale indifferenza della tua. 

Riconosco però che ci sono state delle spiegazioni che non ci siamo dati, sulla fine della nostra grande amicizia. E così facendo abbiamo reso tutto più lento e faticoso; quel morbido imperfetto che temevamo e che invece ora suona naturale. 

È un po’ come provare a ricostruire i sogni, non ricordi esattamente quando sia cominciato tutto e a distanza di tempo si perdono i dettagli, e la storia pare sfumata, assurda persino. Come posso anche solo aver pensato “sei il mio migliore amico, Simone Burani” senza scoppiare a ridere. Funziona per i bambini. Un giorno ti siedi vicino a qualcuno, rimani in silenzio, lo studi con diffidenza, e poi cala il sonno della ragione e siete lì, a ridere delle stesse cose, a percorrere insieme i corridoi all’intervallo e i pomeriggi a casa l’uno dell’altro. Eravamo al liceo, ma da qua pare lo stesso che chiedere alla mamma – va bene se Simone Burani viene qua oggi pomeriggio a fare i compiti, può fermarsi a dormire. Mentre il telefono squilla solo perché la tua di mamma aveva avuto la stessa idea. Santa donna, non ricordo il nome, neanche la faccia. 

Faceva anche lei parte del frammento di tempo infinitamente piccolo in cui sapevo tutto di te. La pizza o il drink che ordinavi, che E.T. era il tuo film preferito e quanto ti piacesse Chiara Peglietti della classe accanto; i tuoi orari, le passioni, le manie. Eravamo amici in via definitiva, senza scadenza. Credevo in un tempo presente assoluto, e che tu ne avresti fatto parte per sempre. 

Ci siamo mai traditi io e te? Sono andato a letto con Chiara Peglietti per caso, o forse tu mi hai rubato dei soldi dal comodino mentre dormivo, ci siamo mai messi le mani addosso? 

Sarebbe bello, persino più comodo anche come storia da raccontare. Io e Simone Burani non ci sentiamo più perché lui è un Giuda. Fine, poche spiegazioni, come la poesia. Resterebbe un giorno da commemorare: 23 settembre, l’ultima volta in cui me ne è fregato di te. Bandiere a mezz’asta, inno nazionale, fucili che sparano per aria. 

E invece no. Pazienza. È come perdere l’udito. Un giorno mi raccontavi di Chiara, ti aveva chiesto di vedervi, penso, o mi parlavi dell’idea di studiare ingegneria, non lo so; capisco, ti avrò risposto in ogni caso. Poi un grado per volta, un giorno per volta, tutto è stato sempre più ovattato. È saltato un pomeriggio e una telefonata, il weekend è sempre pieno e dai la prossima volta. Tre mesi, poi sei, abitiamo lontani, a Natale scrivi un messaggio per dire di vedersi per un bicchiere, non riesco, ma grazie. Dovremmo sentirci, vederci appena possibile, non perderci di vista. Due capi di Stato che mantengono cordiali rapporti diplomatici.

Strano, nelle sitcom le amicizie come la nostra durano per sempre. Le avrà pensate qualcuno morto a vent’anni. O che non ha incontrato te, Simone Burani. Ogni tanto ho anche pensato di scriverti, per fortuna sono riuscito a scacciare l’idea. Non mi importa niente di sentirti, non mi importa sapere se adesso pensi più a Chiara Peglietti, se vi vedete, se l’hai messa incinta, se sei vivo, morto, fascista, vegano, felice, fluido, ingegnere, cosa sei, non mi importa, neppure scordarmi del tuo compleanno. 

Sarai diverso, penso. Capita di vedere sul telefono le foto che posti. Il tuo cane, le feste con gli amici, il viaggio in Portogallo, il capodanno in montagna. Magari sei uno che dice “weekendino” agitando le dita come un surfista. Magari lo sono diventato io. Dio ci scampi di risolvere il dubbio, e ci salvi dalla tristezza infinita di riunirci a parlare da complici. Lo siamo stati, in un altro tempo, passato, imperfetto, non dobbiamo esserlo ancora. Andiamo oltre, senza processo, autopsia, riesumazione del cadavere durante le ferie per una pizzata.

Se non sei d’accordo, avanti allora, vieni adesso a dirmi che siamo ancora amici, migliori amici, amici del cuore, inseparabili, chiama mia mamma per sapere se posso venire da te a cena. Mi taglierei un dito piuttosto, Simone Burani, te lo giuro. Piuttosto che venire a cena da te a raccontarci della vita prenderei una mannaia e col sorriso in faccia mi porterei via l’indice, così da non vedere neanche più le tue foto per sbaglio sul telefono. 

Ecco cosa non ci siamo detti. Che quando una cosa è stata bella ci sembra offensivo lasciarla finire. Ma salvare tutto per forza, questo è offensivo. Le relazioni, le amicizie, l’avanzo della cena, le piante d’estate. Non ci siamo persi di vista, Simone. “Persi” fa pensare che qualcuno ci stia cercando. 

Se un giorno per sbaglio dovessi trovarti in giro, con tua moglie, tuo figlio, il cane, il Portogallo, Chiara Peglietti, penserò solo: guarda Simone Burani, era il mio migliore amico. E ti indicherò, come ET, per farti vedere se l’indice ce l’ho ancora ben attaccato. 

Giuda. 



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