Lunedì Cinema – Monologo
«Bisogna essere leggeri come farfalle. Sennò ci scoprono.»
«Falene» risposi
«Che?»
«Sono le falene che escono alla sera»
«È uguale basta che fai silenzio»
Era la prima volta che mio cugino mi portava con lui. Avevo nove anni, lui due più di me. Glielo avevo chiesto tante volte, ma mi aveva sempre detto di no, che non ero abbastanza sveglia e che avrei rischiato di farci scoprire. Me l’ero fatta andare bene, ma a me quello meno sveglio dei due era sempre sembrato lui. E poi aveva una debolezza per il cioccolato tale che per una tavoletta avrebbe cambiato idea su qualsiasi cosa.
«Quando arriviamo là davanti, mi raccomando, non dire niente».
Camminammo per strada nella città vecchia, il caldo afoso mi appiccicava i vestiti sulla pelle. Lui stava due passi avanti a me, con i capelli dritti come spighe nere e il pantalone rattoppato sulla tasca di destra da cui spuntava una tavoletta di cioccolato arricciata in cima.
Giungemmo davanti al bar dei repubblicani, con l’insegna “da Guglié” in neon blu. Mio padre ci andava sempre a giocare a carte con gli amici. Passava laggiù la maggior parte del tempo in cui non lavorava in fabbrica, motivo per cui Gugliè non mi piaceva e non avevo voglia di entrarci.
Quindi rimasi per un momento bloccata sull’altro lato della strada, mentre mio cugino controllava per attraversare.
«Andiamo a fare una passeggiata sul mare» dissi io timidamente, ma lui non mi ascoltò.
«Stammi dietro, e non dire niente»
Attraversammo la strada, entrammo nel cortile del bar, mio padre era lì ai tavoli fuori che giocava a carte.
«Fai piano, e stai giù»
Mio cugino si abbassò, e così feci io. Avanzò tra i tavoli, e io dietro di lui, ripetendo ogni gesto e passo come se stessimo giocando al mimo. Entrambi potevamo immaginare cosa sarebbe successo se mio padre ci avesse visti. Mi tremavano le gambe all’idea di commettere qualcosa di proibito, ma mio cugino era il mio migliore amico e lo avrei seguito in capo al mondo. E anche se non era troppo sveglio, di lui mi fidavo. Quindi mi bastava abbassarmi quando si abbassava lui e fare un passo quando lo faceva lui. Tutto sarebbe andato bene.
«La vedi quella» indicò sulla sinistra un piccolo corridoio da cui cominciava una grande scalinata di cemento «Al mio tre dobbiamo fare uno scatto. Uno…due e…corri!»
I nostri piedi scivolarono veloci, sempre chini a terra, mentre tenevo d’occhio mio padre.
Erano così concentrati sul gioco che non si accorsero di noi.
Quando me la trovai davanti, pensai che la scalinata conducesse al cielo. Salimmo i gradoni uno dietro l’altro fino al tetto, dove il caldo estivo per la prima volta si staccò dalla pelle e dai vestiti, portato via dal vento.
Intorno, in quella semi oscurità, vidi per la prima volta la città dall’alto. In fondo, verso il mare, il faro lampeggiava come un’enorme lucciola. Pensai che mio cugino ci andasse a fumare le sigarette, tanti erano i mozziconi per terra. Mi chiesi se ne avrei provata una anche io. Ma non eravamo lì per le sigarette.
Senza una parola, mio cugino si sistemò sul cornicione con un sorriso soddisfatto. Sembrava pericoloso mettersi a ciondoloni sul bordo del tetto. Ma mentre guardava in basso gli si distese il volto in una strana meraviglia, così mi affacciai anch’io, e allora lo vidi per la prima volta.
Un telo, immenso e lunghissimo, come i lenzuoli che stendeva la mamma la sera ad asciugare, ma molto, molto, più grande. E non un lenzuolo normale. Era magico. Come impossibile. Si riempiva di luci e colori e le immagini si muovevano e parevano vive, proprio vive. C’erano i cowboy a cavallo che inseguivano gli indiani, e gli scontri a fuoco con le pistole. Non riuscivo a staccare gli occhi, solo di tanto in tanto per gettare occhiate alle persone davanti al telo, sedute all’aperto nel cortile, come noi incantate da quelle immagini. Preso coraggio, mi sistemai sul cornicione al fianco di mio cugino, e abbandonai i piedi a ciondoloni oltre le ultime tegole. Non era per niente comodo, ma non importava. Rimanemmo immobili, come pietrificati, fino all’ultimo sparo, quando poi la luce si spense e lo schermo si annerì. La magia scomparsa. Un momento era lì, quello dopo era di nuovo la realtà.
Guardai mio cugino un momento ancora, poi le stelle nel cielo.
«Come le falene»
«Che?»
«Le falene seguono le luci per capire dove vanno»
«Tu sei tutta svitata. Tò, mangia un pezzo di cioccolato»
Il faro lampeggiava in lontananza.
Andammo e venimmo da quel tetto ancora e ancora. Lo schermo era sempre là. A volte, di giorno, venivo a vederlo anche senza mio cugino. Era spento, ma io mi immaginavo le luci, ed era come si muovesse lo stesso. Quando io e lui ricordiamo quegli anni, pensiamo sempre al cinema all’aperto. Tra le luci della città, quella era la nostra preferita.