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LETTERA A CHARLIE KAUFMAN

Buonasera, questa è una lettera aperta a Charlie Kaufman, ma non so se si capisce bene, è tutto un po’ intricato.
Ma magari a leggerla si schiariscono le idee. 

Caro Charlie Kaufman

Ti scrivo questa lettera perché penso che tu sia nella mia testa. 

Ma prima di cominciare con la spiegazione: posso chiamarti Charlie? Non è per confidenza, figurati, la verità è che non sei nemmeno il primo che mi viene in mente se dico Charlie. 

Mi viene in mente mia madre, intanto, in casa la chiamiamo così. Poi Charlie Brown, l’amico di Snoopy. Charlie Chaplin, certamente, Charlie Watts, il batterista degli Stones, e Charlie il cane di un mio amico che si chiama così per Charlie Watts, il batterista degli Stones. Charlie Sheen, Charlie inteso come Viet Cong per gli americani, le Charlie’s Angels, Charlie XCX, Charlie che fa surf, Charlie il bambino della Fabbrica del Cioccolato…

 Sì insomma, non te la prendere, non sei il primo della lista. Eppure, ti sento in testa da tanto tempo, come se fossi proprio tu a manovrare. Devi essere infilato nei primi anni di liceo, durante una lezione di algebra. Una sera ho visto un film che hai scritto e al mattino dopo durante l’ora di matematica è successo tutto. Te ne stavi nascosto in un’espressione di alto grado, sotto una parentesi elevata a chissà che potenza e al momento giusto, mentre fissavo la calcolatrice esterrefatto, sei saltato dentro. 

Ai tempi non devo averci fatto caso, ci sono tante cose a cui si fa caso crescendo diverse dall’avere uno sceneggiatore nel cervello. La vita ad esempio, che va avanti per tutti senza mai trovare una forma stabile. Passano gli anni e i rapporti, le relazioni, gli impieghi, i tentativi, tante strutture complesse, che si piegano su sé stesse e ci incastrano. 

Caro Charlie, se la vita non va in linea retta, è perché il pensiero non va in linea retta. Giusto? 

Ti scrivo per questo, perché ho un problema di linee e tu sei in qualche modo un architetto. È qualcosa da affrontare insieme. Tu, qui dentro, e io, qua fuori. 

È una specie di racconto continuo che parte dal chiedersi chi siamo. Tutto cambia in base al bottone che scegli di premere, a quale parte della memoria decide di accendersi per prima.

Chi siamo, tutti noi. Quelli nelle foto da bambini, i ribelli dell’adolescenza, quelli che vedono gli altri o quelli allo specchio. Quando mentiamo, diciamo la verità, i malinconici o gli ottimisti. Siamo quello che ricordiamo di noi e anche quello che abbiamo inventato, persino quello che gli altri continuano a vedere anche se noi non lo riconosciamo più. 

E “io”, sembra una parola così facile, da dire in continuazione. Ma non è mai chiaro chi stia parlando. Se io, tu, o tutti gli altri, Charlie?

Forse non hai una risposta, ma ti sei fatto un sacco di film anche tu sulla questione. Ogni tua storia è una stanza piena di stanze, un luogo di incastri di personaggi che sperano di trovare l’uscita del labirinto, o quantomeno un centro, se esiste. Sono esperimenti, riduzioni in scala e in finzione, del terrore che la vita passi troppo veloce mentre proviamo a capirla. E quando pensiamo di aver trovato la forma giusta, è già troppo tardi. Il corpo cambia. Le persone se ne vanno. I ricordi si deformano. Le frasi giuste arrivano sotto la doccia. E noi restiamo lì, con in mano la saponetta e una spiegazione quasi perfetta per una vita che è già diventata altro.

Caro Charlie, non so se mi senti ma tutti i personaggi come noi vorrebbero solo una prova, di essere esistiti davvero. Di non essere stati soltanto una comparsa nella nostra stessa vita. Di avere avuto un volto preciso tra tutti i volti possibili. Di essere stati, almeno per qualcuno, per qualche momento, insostituibili. Io, e non tutto il resto. 

Ma tutti sono tutti e tutto è più complicato di quanto penso, caro Charlie, ti sento mentre me lo ripeti. Il teatro è troppo grande, e nessuno sa chi abbia scritto il copione. 

Il tempo continua ad avanzare anche mentre noi proviamo disperatamente a capire che cosa significhi essere vivi. E noi continuiamo a provarci, a costruire forme per ciò che scompare. A dare nomi alle cose, alle persone, ai cani, ai figli, ai personaggi, ai film. 

Continuiamo a dire “io”, anche se non sappiamo mai del tutto chi stia parlando.

Charlie Chaplin, Charlie Brown, Charlie Watts. 

Charlie Kaufman. 

Forse non basta un nome, Charlie. Rimani pure qua dentro se vuoi, sei tu l’architetto, sistema i mobili come ti pare.

C’è una specie di racconto continuo anche stasera, Charlie, il tuo. 

 

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