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LETTERA A BILLY WILDER

Buonasera questa è l’ultima sera, e abbiamo anche un’ultima lettera. Una lettera a Billy Wilder. Lui sicuramente non potrà mai leggerla, e forse proprio per questo motivo vale la pena farlo tra di noi, qui, adesso, che siamo arrivati alla fine di qualcosa.

Caro signor Billy Wilder,

l’ho pensata di recente, stavo guardando un film di un altro regista e parlavano proprio di lei. La definivano “il più grande sociologo della storia dell’umanità”. 

 Detto tra noi, penso che questa sia una grande cazzata.

Non me ne voglia chi l’ha pensata, scritta, recitata, e spero non si offenderà  neanche lei dall’alto dei cieli, perché  la mia affermazione non vuole portare  con sé qualcosa di negativo. 

Tutt’altro. Signor Wilder, semmai, la voglio svincolare da questa definizione impropria della sua defunta persona. Con i tempi che corrono c’è il rischio che in molti, che non hanno mai visto i suoi film, la vadano a cercare in libreria o in biblioteca piuttosto che nelle sale di un cinema. 

Lei il tempo l’ha dedicato alla macchina da presa non certo per fare documentari.

Prima Vienna, Berlino, poi Parigi, e solo alla fine l’America. Chi arriva da così lontano guarda le cose con una distanza, e forse è proprio quella distanza che qualcuno ha scambiato per metodo. Ma lei non stava studiando l’America, signor Wilder. Se ne stava innamorando, con tutto il cinismo che serve per innamorarsi di un posto come quello senza farsi troppo male.

Billy Wilder è il più grande sociologo, un’espressione che posso capire solo nella sua forma più semplice e banale, ma magari in qualche caso è anche vera, perché lei, signor Wilder, sa tratteggiare dei bellissimi personaggi. Dei veri tipi umani. E non parlo solo dei protagonisti, a quelli è troppo facile affezionarsi. Con poche pennellate mi ha fatto innamorare dei ruoli minori. Penso al Dottor Dreyfus, a  Oswald o Ghette Colombo.

Scusate se mi ripeto: “Billy Wilder è il più grande sociologo è una cazzata. Sì, perché davvero non tiene per niente conto della scrittura. Ecco, non lo dico per piaggeria, ma signor Wilder, tra gli sceneggiatori lei non è secondo a nessuno. 

Questo è il punto. La grande differenza tra il sociologo e lo sceneggiatore è la stessa che c’è tra il dato empirico e l’invenzione. Se avesse voluto spiegare alla gente come funzionano gli umani avrebbe certo seguito degli studi diversi. Se ha scelto la via della scrittura e del cinema,  l’ha fatto per il piacere di raccontare storie. E chi racconta storie, in fondo, lo fa sapendo già che non spiegherà niente a nessuno. Una storia non dimostra né tira le somme: mette in scena. Un uomo. Una donna. Un mazzo di chiavi. Un grattacielo. Un appartamento. Un equivoco. E li lascia lì, a fare quello che farebbero comunque, che noi capiamo o no. Il problema, signor Wilder, è quando certi uomini credono di poter spiegare il mondo con i film e arrivano a formulare affermazioni improprie come questa: “Billy Wilder è il più grande sociologo”. 

 

Questa lettera, inevitabilmente, intende salvarla. Anche se forse non ne ha bisogno. Lei è uno dei migliori sceneggiatori della storia del cinema, un grandissimo regista, i suoi film sono in cima alle classifiche delle più celebri riviste e dei più temuti critici, ancora oggi, a più di cinquant’anni dalla loro uscita, a più di vent’anni dalla sua scomparsa.  Non si possono spiegare, non si possono insegnare. Ma di una cosa sono convinto: se le è riuscito così bene questo lavoro è perché ha amato farlo, con la convinzione che una storia falsa alla fine raccontasse sempre qualcosa di più vero del vero.

Alle sue invenzioni, Billy Wilder, 

Nessuno è perfetto.

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