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FRAMMENTI DI UN PERCORSO AMOROSO

Duemilacinquecento anni e una videocamera.

C’era una volta un regista francese, François Truffaut, che a chi chiedeva se per lui l’amore fosse davvero un tema così centrale rispondeva senza esitazioni: è il soggetto dei soggetti. Era una rivendicazione, il manifesto di un intero cinema, quello della Nouvelle Vague, quello di Godard, di Varda, Rohmer, dello stesso Truffaut, costruito attorno all’idea che non ci sia materia più seria e degna di essere indagata con rigore.

Eppure, prima che il cinema se ne appropriasse, prima ancora che cantori e romanzieri ne facessero la loro ossessione, l’amore aveva avuto un’altra custode: la filosofia. Bisogna tornare indietro di circa duemilacinquecento anni, nell’Atene del IV secolo prima di Cristo, per trovare un gruppo di uomini riuniti a un un simposio, con l’unico scopo dichiarato di discutere di eros: che cosa fosse, di che natura, quali forme assumesse, se fosse un dio, un demone, se fosse bestiale o tondo, una mancanza o un eccesso. Il dialogo che Platone mise per iscritto resta uno dei tentativi più ambiziosi di trattare l’amore come oggetto di conoscenza filosofica, alla pari della giustizia o della verità. Ognuno dei commensali, da Fedro, a Pausania, da Aristofane ad Agatone, e infine Socrate che riporta le parole di Diotima, offre la propria teoria, e dalla somma di quei frammenti discordanti emerge un ritratto di eros come tensione, come mancanza che spinge verso il bene e il bello, come percorso che dal corpo sale fino all’idea.

Da allora, però, qualcosa è cambiato. L’amore è rimasto un tema filosofico, se ne sono occupati, in modi diversissimi, Agostino, gli stilnovisti, Spinoza, Kierkegaard, ma progressivamente la disciplina che pretendeva di dire la verità sulle cose ha smesso di considerarlo un problema da trattare con lo stesso rigore riservato alla logica o all’etica. L’amore è scivolato altrove: è rimasto nei sonetti, nei romanzi epistolari, nella pittura, nel teatro, nel cinema. È diventato, cioè, materia degli artisti più che degli intellettuali. L’amore è qualcosa che si mostra, si canta, si patisce, si racconta, ma che non si dimostra più. Come potrebbe?

A rendere esplicito questo scivolamento e a interrogarsi sul perché fosse avvenuto è stato, nel Novecento, Roland Barthes. Nel suo libro pubblicato nel 1977, Barthes si chiedeva perché mai il discorso amoroso fosse diventato estremamente solitario: chiunque lo tenga si trova a parlare da una posizione screditata, goffa, fuori moda, quasi imbarazzante agli occhi della cultura contemporanea, che considera l’innamorato ingenuo e patetico, qualcuno che ha ceduto a un linguaggio ormai squalificato dalla razionalità.

Eppure, ed è la sua tesi implicita, se c’è un’esperienza che merita di essere trattata con la stessa attenzione riservata ai grandi problemi filosofici, è proprio quella dell’amore. Barthes, però, non scrive un trattato sistematico. Costruisce un abbecedario di figure, frammenti disposti in ordine alfabetico, come l’attesa, la gelosia, l’assenza, il corpo dell’altro, ognuno dei quali cattura un istante del linguaggio interiore di chi ama, senza pretendere di ricomporlo in una teoria unificata. Il titolo stesso, Frammenti di un discorso amoroso, dichiara il metodo.

Un titolo che, quasi cinquant’anni dopo, riaffiora identico, con una sola parola cambiata, ma decisiva, nel film di una regista francese contemporanea, Chloé Barreau, con un’ossessione per la memoria: Frammenti di un percorso amoroso, documentario uscito in sala nel 2023. Non è un caso che il film citi Barthes fin dal titolo. È un dialogo esplicito, quasi una risposta, alla domanda che il semiologo francese aveva lasciato aperta. Se Barthes si chiedeva perché il discorso amoroso fosse stato abbandonato dalla ragione filosofica e relegato al privato, Barreau sembra rispondere spostando l’obiettivo: non più il discorso, la parola scritta, il libro, l’abbecedario, o almeno non solo; quanto il percorso, cioè il tempo vissuto, la traiettoria concreta di una vita fatta di incontri, occasioni, separazioni, ritorni, frammenti.

Lo fa con lo strumento che nel Novecento ha sostituito la penna per raccontare l’intimità: la videocamera.

La genesi del film è così, semplice e poetica. Dai primi anni Novanta, cioè dalla tarda adolescenza, Barreau ha preso l’abitudine di filmare i propri fidanzati, fidanzate e amanti, con una videocamera digitale, conservando quelle registrazioni per oltre trent’anni, tra Parigi e Roma, le due città della sua vita affettiva e professionale. Era un gesto quasi compulsivo, la costruzione istantanea del ricordo mentre l’esperienza si stava ancora facendo: filmare come se vivere una storia e insieme trasformarla in memoria fossero, per lei, la stessa identica operazione. Molti anni dopo una piccola parte di quel materiale privato è diventata la materia prima del film.

Barreau decide di tornare da ciascuno dei suoi ex amanti per intervistarli di nuovo, chiedendo loro di raccontare, a distanza di anni o decenni, la propria versione di quella stessa storia. È un esperimento quasi metodologico. Mette in dialogo il documento, l’immagine girata nel momento in cui l’amore accadeva, le lettere, le fotografie, i frammenti con la testimonianza, ovvero con ciò che di quell’amore è rimasto nella memoria di un’altra persona. 

Ed è qui che si trova, forse, il vero colpo di genio della regista: la scelta di non essere lei stessa a condurre quelle interviste, di non comparire mai in scena nel momento in cui i suoi ex parlano di lei. Barreau ha contattato ciascuno con una lettera scritta a mano, lasciando piena libertà di accettare o rifiutare, e specificando fin da subito che non sarebbe stata presente durante la registrazione. L’assenza fisica dell’autrice è una richiesta di intimità concessa all’altro, che può raccontare senza sentirsi osservato da chi ha condiviso quella storia. Chi parla in quelle interviste non si rivolge a Chloé, ma a un terzo che non conosce i fatti e a cui bisogna quindi spiegare dall’inizio, come si farebbe con un estraneo. Quel terzo silenzioso e invisibile è esattamente la posizione che occuperà, di lì a poco, lo spettatore in sala. È questa coincidenza, tra il destinatario immaginato dagli intervistati e il pubblico reale del film, a trasformare quello che poteva restare un esercizio privato, un percorso solitario in un’opera universale, capace di parlare a chiunque in vita sua abbia incontrato l’amore e le varie forme in cui trasforma. L’amante e l’amato, il tradito e il traditore, la fuga e l’abbandono, il ricordo. 

Come i Frammenti di un discorso amoroso rifiutavano la forma del trattato continuo, allo stesso modo il film di Barreau rifiuta la forma della biografia lineare, del come ci siamo conosciuti, ed è così che è finita, per adottare quella del mosaico di frammenti. Questa scelta permette al film di intercettare una domanda che è insieme personalissima e universale, e che la stessa regista ha posto a se stessa fin da adolescente: se sia meglio amare o essere amati. È una domanda che il film non scioglie in una risposta univoca. Ogni testimonianza raccolta suggerisce una sfumatura diversa, ma che resta sullo sfondo di ogni intervista e di ogni immagine di repertorio. E forse è proprio in questa domanda irrisolta che si misura la distanza, e insieme la continuità, tra Atene e Roma, o la Parigi di ieri e quella di oggi.

 È una domanda che appesantisce ogni amante. Ed è anche la questione più delicata, quando l’amore finisce. Vissuto, l’amore è quasi sempre una zavorra. Ci riempie di ricordi che non sappiamo dove posare, di gesti rimasti a metà, di parole non dette o dette troppo tardi, di piccoli conti che restano aperti anche quando la storia è chiusa da anni. È un peso fatto di dettagli minuscoli che appartengono solo a chi li ha vissuti, e che nessuna razionalizzazione riesce davvero ad alleggerire. Ma raccontarlo, trasformare quel discorso intimo, sussurrato di solito solo a se stessi, in una lettera aperta a chiunque voglia leggerla, in un film magari, sembra cambiare qualcosa nella sua natura. Parlare d’amore agli altri è un gesto che ci alleggerisce.. È la scommessa più nascosta di Frammenti di un percorso amoroso: liberarsi del peso guadagnando la distanza necessaria per vederlo dall’alto, con la leggerezza di chi è pronto a spiccare il volo sopra il proprio percorso e riconoscere che tutti i percorsi si assomigliano in una certa misura.

C’era una volta un regista francese che diceva che l’amore è il soggetto dei soggetti; o forse era un simposio, duemilacinquecento anni fa; o forse, semplicemente, era ciascuno di noi, ieri.

 

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