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FARGO – All that for…?

Nessuno si alza la mattina pensando “oggi darò inizio a una tragedia”. Jerry Lundegaard, per dire, si alza pensando di avere un piano. 

Nella piccola cittadina di Fargo, Jerry è un rivenditore di automobili usate e il suo piano apre una porta stretta. Ha bisogno di soldi, non è chiaro il perché, non lo sapremo mai il perché, ma Jerry ha bisogno di soldi e suo suocero è ricco e sua moglie facilmente rapibile per intascarsi il riscatto. 

Ma un venditore d’auto non è per forza anche un abile criminale, nel caso di Jerry nemmeno un grande venditore d’auto, quindi figuriamoci quando prova a mettere le mani nei vortici dell’illegalità. Il suo piano è stupido, stupidissimo, persino nelle mani di un criminale vero faticherebbe a stare in piedi per più di dieci minuti. Ma a Fargo non ci sono veri criminali e quindi il piano si fa ancora più stupido perché passa nelle mani di due sicari da discount: lo smilzo dall’aspetto strano, Carl Showalter, e il muto streamer di soap opere, Gaear Grimsrud.  

Ecco qua, queste sono le premesse della commedia. Ma Fargo, che è più di una commedia, mica si ferma a tre ingredienti.  

Per la porta aperta da Jerry Lundergaard non ci passerebbe un ninja, certo non ci passano un venditore d’auto, un logorroico dall’aspetto strano e un omone-armadio guidato più dalla fame, dalla noia e dalla televisione, che da una vera vocazione al crimine. Da quella stessa porta però può uscire qualcosa. Una specie di melma, una sostanza strana, chimicamente improbabile, potremmo definirla come un effetto domino che sommerge il film fino a mostrarsi nel peggior scenario possibile, la deriva portata alle estreme conseguenze. Che poi, estreme conseguenze, parliamone. Come altro poteva mai andare a finire? 

Il rapimento va in porto. Nel frattempo, Jerry quasi ottiene un secondo affare, ma è troppo ingenuo, troppo vigliacco, troppo Jerry per fermare quello che ha messo in moto, e poi alla fine l’altro affare salta e quindi, dai, vediamo se questo può avere un finale diverso, un lieto fine per una bella commedia. Ma no, no, no! Non può andare a finire bene, questa non è una commedia hollywoodiana. Oltre la porta non ci sono una pioggia leggera e poi un arcobaleno, c’è un BANG! colpo di pistola, ed ecco,  

Carl Showalter: [voice] Three people were killed last night in Brainerd. We’re in a load of trouble, Jerry. I’m comin’ there tomorrow. You have the money ready by then. 

Jerry Lundegaard: [into the phone] Now, we had a deal. A deal’s a deal. 

Carl Showalter: [voice] Is it, Jerry? Why don’t you ask those three poor souls in Brainerd if a deal’s a deal? Go ahead, ask them! 

… ecco, non si può proprio più passare per la porta stretta, men che meno chiuderla. Non c’è più la porta stretta. È saltata in aria con tutto il resto a suon di pallottole, e dall’altra parte c’è solo un’altra porta più stretta ancora e, dai, ormai avrete capito come funziona questa melma, BANG! un’altra tempesta, e dopo un’altra ancora. Fino a quando non rimane più nessuno, nessuna scelta, solo più la porta stretta e la tragedia che ora procede da sola. 

Ma ehi, noi quella tempesta l’avevamo vista arrivare! Lo sapevamo, fin dall’inizio, non si poteva proprio evitare?  

Stan Grossman: But you’re sayin’… what are ya sayin’? 

 

Che voglio dire?  

Fargo è un film sulle porte strette in cui di certo sappiamo di voler evitare e in cui al contempo inevitabilmente andiamo a ficcarci. Le porte strette, le scorciatoie che crediamo minute, che tritano morti e da cui esce la melma del mondo che si prende tutto.  

Non aprite quella porta, questo è un altro film, ma sarebbe fin troppo scontato usarlo come mantra. Il problema è che le porte strette esistono. Sono sempre lì e a volte le apriamo noi, ma più spesso ce le troviamo solo davanti, già spalancate a guardarci con quell’aria da “prego, dopo di lei”. Ed è quando proviamo ad attraversarle senza sceglierlo che succede il rovescio: non siamo noi ad attraversare la porta, è la porta che attraversa noi. Detta così sembra poetica. In realtà, ci asfalta e basta. 

Non finire immersi in un mare di melma, saperne uscire indenni, resistere alla tempesta del caos, rimanere uniti e se stessi, quella è la vera sfida. Come non finire immersi fino al collo nella melma del mondo solo perché qualcuno, da qualche parte, ha avuto una pessima idea e abbastanza energia per metterla in pratica. 

Eccola, la metamorfosi in Fargo, che non è mai rinascita, ma sempre distruzione, perché il cambiamento è sempre subito, mai scelto, e non trasforma davvero le cose, piuttosto le deforma, le porta fuori asse in una valanga che trascina dalla cima del monte un’insoddisfazione piccola, come piccolo può essere un desiderio di vita nuova, in un disastro colossale a valle.

Per questo l’equilibrio riesce a portarlo solo chi resta fedele a sé. Proprio a questo punto, infatti, entra in gioco Marge, detective, o meglio la distruzione del mito della lotta al male del detective. Dell’idea che se tocchi il marcio allora il marcio ti resta addosso, ti scava, ti rende più profondo, più tormentato, più interessante. Quelle cose che oggi ci piacciono moltissimo, quella narrazione per cui opporsi al male debba per forza renderci cupi, insonni, geniali, devastati. 

Marge no. Davanti a una scia di cadaveri, davanti a tritalegna che gettano sangue e ossa, davanti all’idiozia umana portata fino alla carneficina, Marge rimane ostinatamente imperturbabile. Il turbamento è per lei questione d’un momento.  

Marge Gunderson: Well… that passed. Now I’m hungry again.

La battuta è oscena e magistrale. Il momento passa e hai di nuovo fame. Ecco la porta stretta, finalmente, non quella che trascina fuori dal mondo, ma quella che riporta indietro nel mondo. Non quella mistica, splendente, con l’organetto celeste e magari due angioletti del Minnesota a fare “oh ya”, ma una porta molto più ridicola e molto più difficile: vedere l’orrore, fare il proprio dovere e tornare a casa.  

Il male finisce sempre per occupare tutto il paesaggio. Non quello di Marge però.   Lei risolve omicidi, fa colazione, incontra amici e parla con suo marito con la stessa postura, un modo di stare nelle cose che è…. beh, normale, non ha niente di speciale, non ha niente, e basta. Margie fa Margie, ha l’acume, fatto che la rende una buona poliziotta, e un bambino in grembo, fatto che la rende incinta. 

Nient’altro. Normale. Banale, forse? Eppure, è l’unica che sfugge al punto di non ritorno di quella porta stretta aperta a Fargo da Jerry Lundergaard che per gli altri pare un buco nero.

Marge Gunderson: So, that was Mrs. Lundegaard on the floor in there. And I guess that was your accomplice in the wood chipper. And those three people in Brainerd. And for what? For a little bit of money? There’s more to life than a little money, you know. Don’tcha know that? And here ya are, and it’s a beautiful day. Well. I just don’t understand it

Lei segue una legge propria, che le consente di guardare un uomo triturato, arrestare l’assassino, tornare dal marito e accorgersi che il mondo non è finito. È stato solo un momento, un momento terribile certo, ma solo un momento. 

E ora è di nuovo ora di colazione. 




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