Dust, Rock and Roll
da Bruce Springsteen a John Steinbeck
La strada è già lì, prima ancora che qualcuno cominci a camminarci sopra. Taglia il paese da est a ovest, e non promette niente.
Conduce a un mondo povero, sporco, illetterato, quello di Furore, costruito con un linguaggio povero, sporco e illetterato. E povera, sporca e illetterata è anche la morale che lo abita: ingiustizia, rassegnazione, rabbia e disagio sono i soli sentimenti che aleggiano sull’infinita strada che squarcia da est a ovest la pianura statunitense.
Furore è un libro difficile. Lo si attraversa a fatica, con la stessa dolorosa lentezza con cui la famiglia Joad abbandona la propria casa e raggiunge il confine dell’Oklahoma, diretta verso la California. Dall’inizio alla fine, la loro storia è una lunga, profonda ferita non rimarginabile. Apriamo il libro, e dalla prima pagina già intuiamo che quell’apertura è solo per noi, che per i protagonisti non c’è ingresso né uscita, la loro storia è già chiusa in origine.
Anche la storia del libro sembrava vivere dello stesso destino. A pochi mesi dalla pubblicazione, Furore era in cima alla lista dei libri più venduti e naturalmente era già stato bandito, bruciato e condannato in svariati modi. Steinbeck aveva mostrato la disperazione del popolo americano con tanta brutale onestà da lavare via la lettera scarlatta che alla povera gente era stata dipinta addosso.
“Ti odiano perché si spaventano. Sanno che quando uno ha fame, la roba da mangiare se la piglia a tutt’i costi. Sanno che lasciare quella terra incolta è una bestemmia e che qualcuno finirà per pigliarsela.”
Una pioggia di sospetti è dovuta allora intervenire dal cielo, per prevenire ogni rischio di umanizzare troppo la faccenda: certo, si trattava di propaganda comunista, di fomentazione dell’ira verso il lavoro agricolo, di un gran “mucchio di balle” che non poteva essere più lontano dalla realtà.
Ma la storia della famiglia Joad non poteva scomparire perché la storia della famiglia Joad la conoscevamo già tutti prima ancora di Furore. Forse non proprio quella dei Joad di Steinbeck, certo, ma di tutti gli altri Joad del mondo sì. Potrebbe trattarsi di chiunque, di una famiglia qualunque. Il mondo è pieno di Joad, lo è sempre stato. Emergono dalla polvere, polvere che è l’unica cosa che rimane quando viene tolto tutto; polvere che è il destino delle cose che si dimenticano. E Tom Joad? Anche lui, appunto, un ragazzo qualunque. Niente di più. Lui e tutti gli altri Joad, inghiottiti uno a uno dalla nuvola che si è presa i campi e il raccolto e poi anche la casa, schiacciati dai trattori venuti a prendersi la terra su ordine delle banche. È sempre per sfuggire alla polvere che comincia l’esodo di ogni Joad. Di popoli interi. Un esilio che costringe a raccogliere un sogno di salvezza riposto in un “altrove” che non si sa bene né dove né cosa sia.
È in questo scarto che si apre The Ghost of Tom Joad, il disco che Bruce Springsteen pubblica nel 1995 dopo aver attraversato un’America che del sogno non ha più che il vuoto involucro della parola.
È un momento strano della sua carriera. Dopo aver costruito un immaginario epico, fatto di strade, promesse e redenzioni possibili, l’album è un suono di gong nel rumore. Lo stadio si placa, scende il silenzio. Bruce si spoglia. Letteralmente. Niente band, niente suoni pieni, solo chitarra acustica, armonica e una voce che non trascina verso l’altrove promesso, ma si radica per restare. È un disco silenzioso e, per questo, durissimo.
La canzone che dà il titolo all’album non costruisce una trama. È una catasta, che monta per accumulo di frammenti. Parla di uomini che camminano lungo i binari e pattuglie di polizia sulle colline; di famiglie che dormono in macchina, rifugi sotto i ponti e fuochi nella notte. È un paesaggio umano ridotto all’essenziale. Ridotto e basta, forse.
A tenerlo insieme è una presenza: il fantasma di Tom Joad, che sembra apparire proprio quando la vita si riduce a sopravvivenza. Quando il mondo si restringe. Quando lo spazio si assottiglia fino a lasciare appena il necessario per restare in piedi.
Eppure, in quella vertigine, il sogno resiste. È l’unica cosa che rimane. Anche se non è ciò che si aspettano, i Joad continuano ad andare perché sanno che quello che hanno è l’unico giorno, e l’alternativa è lasciarsi morire di fame. Così la Route 66 diventa un’altra linea di sopravvivenza. Una striscia, un corridoio dove la realtà è sottilissima e la polvere, se glielo concedi, si divora tutto, anche le città che quella strada collega.
Negli anni, The Ghost of Tom Joad cambia. Durante i concerti, Springsteen lo riporta sul palco con tutta la band. Lo elettrifica, lo indurisce, lo affila, e va più a fondo. La voce si alza, la tensione cresce, cresce e non viene risolta. E canta, qui in traduzione:
“mamma, dovunque un poliziotto pesti un ragazzo,
dovunque un bambino pianga affamato,
dovunque il sangue accenda lotte e l’odio divampi,
cercami mamma, sarò lì tra i lampi”.
Il fantasma di Tom Joad si fa presenza viva e spinge sulla realtà. Ferisce, e apre squarci di luce. Questa è la resistenza di Tom Joad. Perché ogni volta che il mondo si restringe, qualcuno deve restare abbastanza vicino da accorgersene – ed essere abbastanza ostinato da non lasciarlo chiudere del tutto.
“Dovunque qualcuno combatta per un posto dove stare
o un buon lavoro o una mano da afferrare,
dovunque qualcuno lotti per la libertà,
guardali negli occhi mamma, io sarò là”.
Scavando da un uomo un pezzo alla volta, tutto ciò che rimane sono le ossa. Le ossa di un uomo, però, sono tanto misere quanto piene di furore. Tom Joad, fantasma della speranza, battuta, rinchiusa, sottomessa, stracciata, affamata, comunque porta su di sé speranza di salvezza. Perché è vero, tante cose possono esserci tolte, ma tolto ogni strato scopriamo che qualcosa resta. Uno spazio vuoto, che può essere spazio di resistenza, riscatto, liberazione.
Questo è il rock’n’roll, no Bruce? Quella pietra che fa saltare tutto, che vede la crepa e ci entra dentro e ti prende di pancia e ti dice lo vedi che succede? Il rock che vuole dire il mondo, e lo vuole dire così com’è, ancora meglio se povero, sporco e illetterato. È nella polvere che c’è qualcosa da dire, che c’è bisogno di suonare il gong e richiamare all’ascolto.
Non vedi che lì manca qualcosa?
Non vedi l’ingiustizia, la rassegnazione, la rabbia, il disagio?
Non vedi? Dobbiamo far saltare il buco nell’asfalto e rompere la strada tutta finché non ci porterà veramente da qualche parte migliore. O almeno, fuori di qui.