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Cortesia per gli Stones.

Dal Maestro e Margherita a Sympathy for the devil

Questa storia è un gioco dalla natura confusa: è difficile capire la trama ma altrettanto facile amarne i protagonisti.
In una sorta di rendez-vous metafisico si incontrano lo scrittore russo Michail Bulgakov, un giovane cantante di nome Mick Jagger e uno straniero, ricco e di buon gusto, che di nomi ne ha tanti, e che in qualche modo unisce gli altri due.

In Russia, nel 1928, Michail Afanasievic Bulgakov scrive un romanzo dal titolo Il Maestro e Margherita, ma la storia inizia ancora prima, con Gesù Cristo.
Nel primo capitolo del libro, due signori distinti passeggiano per un parco nel centro di Mosca: sono Michail Berlioz, presidente dell’associazione MASSOLIT, e il giovane poeta Ivan Ponyrev, che in russo significa il senza casa. I due discutono animatamente proprio di Gesù Cristo, se fosse esistito o meno. Non c’è nessun altro in giro, tranne un uomo, solo, che sembra perduto.

Più tardi, quando, a dire il vero, era ormai inutile, i vari enti presentarono le loro relazioni con la descrizione di questa persona.
A confrontare le relazioni non si può non restarne stupiti. La prima parla infatti di un uomo, piccolo di statura, con denti d’oro e zoppo dalla gamba destra. La seconda di un uomo alto, coi denti incapsulati di platino e zoppo dalla gamba sinistra. La terza comunica brevemente che l’uomo non aveva niente di particolare. Occorre riconoscere che nessuna delle tre relazioni era attendibile.
Prima di tutto: l’uomo non era affatto zoppo, la statura non era né piccola né eccezionale ma semplicemente alta. Quanto ai denti, a sinistra aveva le capsule di platino e a destra d’oro. Indossava un abito grigio costoso e scarpe estere della stessa tinta dell’abito.
Portava con baldanza il berretto grigio tutto da un lato, e sotto il braccio teneva un bastoncino col pomo nero a forma di testa di can barbone. Gli si potevano dare quarant’anni, o più. La bocca leggermente storta. Perfettamente rasato. Bruno. Un occhio, il destro, nero, l’altro stranamente verde. Sopracciglia nere, ma una più alta dell’altra. Per concludere, uno straniero.

Il dibattito va avanti finché l’uomo non si avvicina ai due e si unisce alla conversazione. Chiede scusa, con un accento indecifrabile, per essersi intromesso nella conversazione senza invito e senza presentazione. E se per un invito ormai è tardi, sulla presentazione rimedia subito: il suo nome è Woland, è un professore, esperto di magia nera, uno straniero, un folle, o una spia addirittura, secondo Berlioz. Ha modi eleganti, certo, ma quello che dice ha dell’assurdo: che Gesù Cristo è esistito e che lui lo ha incontrato a Gerusalemme, durante il suo processo per mano di Ponzio Pilato. Che viaggia da molto tempo, che ha persino raggiunto Kant per una colazione. E che è in grado di prevedere eventi futuri. La morte di Berlioz stesso, per esempio. Decapitazione.
Berlioz ne ha abbastanza e scandalizzato abbandona il parco. Pochi istanti dopo, attraversando la strada, scivola sul marciapiede, finisce sulle rotaie e la corriera gli porta via la testa. Nessuna traccia dello straniero, mentre l’amico Ponyrev che ha assistito alla scena, ha una crisi di nervi e viene rinchiuso in manicomio.
Da qui in poi si susseguono altre vicende assurde, tra Ponzio Pilato, il Maestro, Margherita, un gatto, delle streghe e altri momenti indimenticabili, ma sono scoperte in diritto ai lettori.

Per scoprire chi sia questo Woland dobbiamo tornare al manoscritto. Dopo la prima versione nel 1928, Bulgakov passò anni a riscrivere Il Maestro e Margherita: l’ostacolo principale al suo lavoro fu la censura sovietica, che costantemente boicottava lo scrittore. Bulgakov ne divenne ossessionato, al punto che in un momento di rabbia e frustrazione, decise di gettare nel fuoco l’intero romanzo. Ma questa non è una storia fatta per bruciare: recuperate le pagine superstiti dalle ceneri, l’unico obiettivo divenne la riscrittura. Scelse una vita scandita dai gesti dell’artigiano: correggere, tagliare, sostituire, aggiungere; ricordare, soprattutto, dato che un intero dialogo racconta proprio le fiamme a cui era stato destinato il manoscritto.
E così proseguì, una versione dopo l’altra, fino alla sua morte nel 1940.

Il progetto venne poi raccolto dalla moglie di Bulgakov, Elena Šilovskaja, che riuscì finalmente a portarlo a compimento.
Grazie a lei, tra il 1966 e il 1967, venne pubblicato a puntate sulla rivista “Mosca” il più grande capolavoro di Michail Bulgakov.
La pubblicazione è solo l’inizio di un viaggio: il romanzo attraversa infatti l’Europa, prima tradotto in Germania, poi in Francia, fino a sbarcare in Inghilterra. A Londra, nel 1967, una copia del libro passa dalle mani di Marianne Faithfull a quelle del compagno, un ragazzo con i capelli lunghi e la chitarra, di nome Mick Jagger.

L’universo narrativo nato dalla mente di Bulgakov si deposita in quella di Jagger e si fa spazio fino a divenire un’ispirazione assoluta, capace di rompere i legami con la memoria e con l’opera stessa. «Forse era Baudelaire, forse no, comunque era un’idea che rubai a uno scrittore francese» arrivò a dire Jagger, come sotto l’effetto di un incantesimo disorientante, di un libro sopravvissuto che ormai arrivato a destinazione decide di far perdere le proprie tracce. Il testo di Jagger è ispirato: appartiene al romanzo, forse nasce proprio nel parco di Mosca e lì ascolta i dibattiti e sente una voce dall’accento straniero, e decide di darle parola. Il primo a leggerlo è Keith Richards, ne capisce il cuore e compone l’arrangiamento. Jean-Luc Godard, regista di culto della Nouvelle Vague francese, che decide di osservare da vicino lo sviluppo e di farne addirittura un film. C’è qualcosa di affascinante nell’opera, qualcosa che sembra attrarre tutti, perché ha qualcosa da raccontare a tutti.
E infine, il 6 dicembre del 1968, esce in radio: un suono di maracas e chitarre, un rock che va a tempo di samba, e quella voce – che arriva dalla lontana Russia e percorre gli anni e le anime – che con educazione si presenta.

Permettetemi di presentarmi
Sono un uomo ricco e di buon gusto
Sono stato in giro per tanti anni

Rubando l’anima e la fede a tanti uomini

 

Ed ero là quando Gesù Cristo
Ha avuto I suoi momenti di dubbio e di dolore
Mi sono assicurato che Pilato
Se ne lavasse le mani e segnasse il suo destino

 

Piacere di incontrarvi
Spero che indoviniate il mio nome
Ma quello che vi confonde
È la natura del mio gioco

Sympathy for the devil è il pezzo in cui i Rolling Stones mettono in musica Il Maestro e Margherita, in cui Mick Jagger veste i panni dello straniero, Woland, l’esperto di magia nera, di cui ormai avrete indovinato l’identità. Parla in prima persona e racconta del suo passato, come faceva a Berliotz e Ponyrev nel parco di Mosca. Ha ucciso lo Zar, combattuto la Guerra dei cent’anni, partecipato a bordo di un carrarmato ai blitzkrieg nazisti nella Seconda guerra mondiale e ucciso i fratelli Kennedy. Lui era sempre stato lì: ma quel che ci sfugge ancora è la natura del suo gioco. L’incontro tra Il Maestro e Margherita di Bulgakov e Sympathy for the devil dei Rolling Stones vive proprio nell’ombra di una figura enigmatica, nascosta, meschina, ma capace di essere presente al di là del tempo e dello spazio, in ogni frammento di umanità. Una messa in musica di un tema ancestrale che in ogni tempo ha tormentato l’umano: il male e la sua natura. Su questo ci interroga la voce, parlando direttamente all’ascoltatore e costringendolo a una presa di responsabilità: è la costruzione della peggiore delle prese di coscienza, quella che infondo ne siamo parte. I momenti che raccontano gli Stones, le vicende della Russia di Bulgakov, sono manifestazioni di orrore imputabili esclusivamente al genere umano. Guerre, omicidi, genocidi, uno straniero crea il panico a Mosca, un cantante racconta il male alla radio: in questa storia, c’è più di un uomo, c’è la parte oscura e indivisibile dell’umanità.

Ognuno di noi, doppio, scisso, diviso tra il bene e il male. La storia più difficile da accettare: che quell’uomo straniero sia dentro ogni uomo e ogni donna, che l’umano abbia sempre avuto bisogno di dargli un nome, per portarlo fuori e costringerlo a essere altro da sé. E questa è la vera follia, perché lui non può abbandonarci mai, come parte della natura che ci ha fatti umani.
E proprio come ogni poliziotto è in realtà un santo, come ogni testa è in realtà una croce, nessuno può fuggire da quella parte oscura che lo compone. Si può solo giocare a tenerlo nascosto, compiacerlo con l’educazione, l’eleganza e il galateo. È questa la risposta che la voce dello straniero ci vuole mostrare: quando incontrate quella parte, quando diventa visibile, siate cortesi, se non volete bruciare all’inferno.
Un posto adatto al diavolo, ma anche all’essere umano.

Perché in fondo, siamo sempre stati voi e io.

 

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