ARTICOLO PER Birdman
Un quadro è un istante fissato, ma la memoria non si dà mai per istanti fermi. È un continuo divenire, è un ritagliare un pezzo di realtà passata che può cambiare la nostra prospettiva dell’evento che ricordiamo.
Il cinema ha un punto di vista mobile quanto la memoria. Un regista quando si confronta con un film autobiografico non riproduce mai semplicemente una sequenza dei fatti, opera una rielaborazione. Vive un ritorno che trasforma chi guarda e chi ascolta quel frammento di passato.
Le Bambine, il film scritto da Valentina e Nicole Bertani, fresco della vittoria del Leone di Vetro a Venezia come miglior esordio dell’anno, è un fortunatissimo esempio della narrativa della memoria. Le sorelle hanno ambientato il film nel 1997, negli anni della loro infanzia, e hanno confermato che le protagoniste assomigliano molto a loro.
Ma il film va oltre la semplice evocazione di certi momenti di questa particolare infanzia, e la regia dimostra un invidiabile coraggio, con alcuni elementi distintivi che ci suggeriscono questa mise en abyme della memoria stessa: il formato quadrato e l’uso di alcuni particolari effetti speciali.
Le Bambine è girato quasi interamente in formato 1:1 e crea una cornice diversa dall’inquadratura cinematografica a cui siamo abituati. Le registe qui impongono la regola già nella forma del girato. Non è il ricordo che modifica lo spazio, ma il modo con cui la memoria si mostra che appare già modificato. È un artificio dichiarato, come lo sono gli effetti speciali, che sono coerenti e appartengono al film tanto quanto i personaggi e i loro dialoghi.
Sono glitter, sono stelline, come se una bambina ne avesse rovesciato un po’ su un foglio di carta. Come una bambina che vede cose di un mondo che non riesce ancora a spiegare bene a parole, con un linguaggio cosciente, ma che nella sua memoria si imprimono con il loro valore simbolico. Il razionale è sostituito dalla magia, la risposta da un gioco luccicante e innocuo. Sono artifici che tentano di mostrare quel che accade nello spazio dell’immaginazione dei bambini.
L’immaginazione, scrive Bergson, uno dei primi filosofi moderni ad essersi occupato dell’argomento, è necessaria per il lavoro della memoria, e in alcune righe spiega come agli esseri umani sia possibile ricordare grazie all’inutile. L’inutile è ciò che ci permette di attingere alla memoria, senza la necessità di trovare in essa una pronta risposta a un problema del presente. È ciò che ci fa rimanere con la bocca semi aperta, con gli occhi persi in un punto, a ricordare. Per il gusto di farlo? O forse sarebbe meglio dire per la sua utilità intrinseca, per il fatto che sembra contenere le risposte ai nostri simboli.
L’utilità dell’inutile è la contraddizione che ci rende umani, l’artificio che ci tiene sempre, da qualche parte dentro di noi, quei bambini e quelle bambine che non vorremmo mai dimenticare di essere stati.