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ARTICOLO SU Re per una notte

Chi sono, una di quelle domande che infestano come spettri i pensieri dell’essere umano dall’alba dei tempi. Filosofi, intellettuali, artisti, ci sono certamente categorie che più di altre hanno costruito correnti di pensiero e pensieri di conti correnti sul tema, alla ricerca di una risposta che sapesse essere più convincente anche solo in un dettaglio rispetto alle concorrenti. Tuttavia, in maniera molto più pratica e istintiva, un processo analogo di ricerca avviene in tutti noi, fin dai primi anni d’infanzia, quelli in cui si realizza di essere stati, talvolta controvoglia, catapultati in un’esistenza misteriosa che richiede i suoi sacrifici, e soprattutto di capire in fretta che ci stiamo a fare. Da bambini ci convinciamo molto presto che per rispondere a certe questioni e capire il nostro ruolo abbiamo bisogno degli altri, perché prima ancora di avere un’idea precisa di noi stessi, qualcuno comincia a raccontarcela.

«Sì, fa così, è timido, ha bisogno di tempo»; «È sempre stata quella sveglia. Rispetto ai suoi coetanei, soprattutto.»; «È testardo, come suo padre.»; «Ma si vede subito che lei ha una mente creativa».

Risposte date a domande implicite. Aggettivi, patronimici ed epiteti, descrizioni da epica classica all’ora del tè, che ascoltiamo e di cui in fondo ci fidiamo, perché pronunciati da chi di quella vita di cui non conosciamo niente ha più esperienza di noi. Poi arriva la scuola e le definizioni aumentano e anche il campo semantico si allarga. C’è quella brava in matematica, quello portato per le lingue, quello che non sta mai zitto e quella che potrebbe fare di più se solo si applicasse. Gli amici aggiungono il resto, in un’arena sociale che anno dopo anno plasma personaggi, fedeli a forme stereotipate e ruoli di cui essere all’altezza. Non resta che adeguarsi, fare del proprio meglio con quel che si ha, o meglio che si è, oppure andare al contrario e ribaltare tutto. Il timido può essere il solitario e misterioso, o lo sfigato e imbranato, oppure giocare le proprie fiches e trasformarsi in un clown. 

Di certo, qualunque sia la scelta, è comunque una gran fatica, per chi cambia, come l’introverso che impara a riempire i silenzi con delle battute, e per chi resta, come la secchiona per cui un brutto voto diventa un attentato al proprio essere.

Insomma, a forza di sentirci raccontare, finiamo per restare imprigionati in un personaggio, che sia per adesione o ribellione, poco cambia. 

Tra le tante risposte studiate dagli studiosi, una parla di sé allo specchio, o looking-glass self secondo il sociologo americano Charles Horton Cooley. Il sé allo specchio è l’idea che una parte di quello che pensiamo di essere nasca guardandoci nel riflesso degli altri. In altre parole, siamo noi stessi in quanto siamo quello che immaginiamo che gli altri vedano in noi.

Certe definizioni ricevute da bambini infatti continuano ad accompagnarci vent’anni dopo, anche quando non ricordiamo più chi sia stato il primo a pronunciarle. Scelte, amicizie, passioni e percorsi, la condizione di base è condizione d’esistere e non si capisce più se sia nato prima l’uovo o la gallina, il timido o la timidezza, perché legati a un equivoco identitario per cui se qualcuno crede che siamo qualcosa, lentamente, cominciamo a crederci anche noi. 

E magari è proprio qui che il meccanismo può rovesciarsi: se abbiamo imparato a riconoscerci attraverso gli altri, quando vogliamo diventare qualcosa cerchiamo prima di farlo riconoscere all’esterno. 

Ecco, tra otto miliardi di persone che soffrono in maniera più o meno evidente di questa condizione c’è Rupert Pupkin, che vuole fare il comico, o almeno questo è quello che dice.

Forse Rupert ha deciso chi essere, il suo problema è che non basta. Se fosse davvero soltanto una questione di mestiere e talento, potrebbe salire su un palco qualsiasi. Provare gli sketch, riuscire a far ridere, oppure sbagliare una gag e ricominciare, riprovare. Capire di essere bravo in certi aspetti, oppure di non esserlo affatto e reinventarsi. Ma no, non è questo il punto, perché Rupert vuole la sua fantasia, non il percorso. Rupert vuole Jerry Langford, il suo show, il suo pubblico, la sua approvazione, la fila di autografi appena finita la diretta. 

Rupert Pupkin si veste una mattina di abito e sorriso sperando che qualcuno capisca qualcosa di lui. Come tutti, racconta una storia e aspetta la risata per sapere se è divertente. Come tutti, parla, scrive, recita, va al lavoro, si innamora, in attesa che qualcuno gli restituisca un’immagine abbastanza convincente da crederci.

Così le classifiche di vendita e i premi fanno sentire lo scrittore più scrittore e il cantante più cantante, perché ci sono lettori e ascoltatori che li considerano in quel modo. Una promozione e un aumento diventano la prova di essere bravo nel proprio lavoro, quindi nel proprio ruolo, quindi un po’ anche nel proprio essere. E la seduzione obbedisce alla stessa logica: c’è chi attraversa amori e corpi per confermare ogni volta la propria bellezza e il proprio fascino negli occhi di chi lo desidera. Se continuano a scegliermi, forse c’è davvero un valore in me che vale la pena scegliere.

Forse è anche per questo che essere ignorati fa così male. Per l’assenza di conferme, di quell’immagine che abbiamo di noi sullo specchio altrui, così pulita eppure fragile da andare in mille schegge se colpita. 

Rupert Punpkin porta questo bisogno fino alle sue conseguenze più assurde, assetato di un pubblico che sia uno schermo in cui vedersi come ha sempre immaginato: il più grande comico americano. Cerca una direzione nel punto più luminoso che riesce a vedere. E più la luce lo attira, meno sembra importante capire dove stia effettivamente andando.

Il problema di Rupert non è nemmeno desiderare di essere visti, che in fondo accomuna tutti, o quasi. Nello sguardo altrui viviamo, in quello sguardo cresciamo, ci confrontiamo, qualche volta ci scopriamo. No, il punto è cosa rimane fuori da quello sguardo, cosa vediamo dopo che lo specchio è andato in frantumi. 

Un volto, mille volti, o niente.  

 

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