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MONOLOGO PER Lost in Traslation

Ci sono stato una volta in quel posto, sulla cima di quel grattacielo a Shinjuku. 

È sera, ordino un Suntory come Bob e mi metto a guardare quella distesa infinita di luci, palazzi, case, strade. Un insieme che sembra aggrapparsi alla terra come una mano su una roccia, come se le luci, i palazzi, le case e le strade non appartenessero alla terra su cui poggiano .

Ci sono due musicisti che cantano una cover di What the World Needs Now. Li incontro  durante la pausa, nella sala fumatori, così piccola che il fumo che soffi fuori rimbalza sulla parete e torna indietro.

Ho un bel ricordo di quella sera e di quel posto, a ripensarci, riaffiora anche una profonda paura. Quando mi affaccio al vetro e guardo fuori, sento l’impossibilità di farlo comunicare con ciò che ho dentro. Questo che sento dentro non trova spazio in quella distesa e mi inizia a opprimere. E se anche cercassi una tra le migliaia di luci che vedo  per farci una casa, una vita, una famiglia, dovrei  comunque scegliere quale parte del dentro metterci. E allora che senso ha? In fondo, con tutta quella gente che beve e ride e ascolta la canzone fino ad arrivare al punto in cui dice Lord, we don’t need another mountain, cosa abbiamo a che fare noi con tutto questo, se né il mio né il loro di dentro potrebbe mai  uscire fuori trovando uno spazio per esprimersi. Non avevamo bisogno neanche di questa montagna, di questi cinquantadue piani che ci tengono sopra il mondo intero. Come io e Bob, probabilmente, non abbiamo bisogno di un altro bicchiere di Suntory.

ho un bel ricordo di quella serata: ho capito che con un altro tipo di distanzaci sarebbe stato spazio per quel dentro. Nello spazio vuoto  tra me  e gli occhi di qualcuno che non parla la lingua dei miei pensieri, che non conosce il significato del mio sguardo, o di una smorfia particolare presa da mia madre che faccio quando sono in imbarazzo. Se non hai l’occasione né il tempo di conoscere davvero qualcuno, puoi comunque creare un’intimità, una forma diversa di legame. 

Ci sono stato, in quel posto sulla cima di quel grattacielo a Shinjuku.  

Provo  per qualche istante a contare tutte le luci che vedo.  Percorro con il dito tutte le strade di Shibuya fino ad arrivare a Roppongi Hills, dove le sopraelevate scorrono in mezzo alle insegne al neon. E se tutto il viaggio finisse lì, in fondo mi andrebbe bene: l’idea di dover prima o poi partire per una meta più distante è il modo migliore di restare in un posto. Troverei una donna che non parla la mia lingua, e non mi metterei di certo a imparare la sua. Tutto inizierebbe con un cellulare e l’app della traduzione accesa. Forse passerei le domeniche a fare zapping tra le partite della lega giapponese di baseball, con l’illusione di trovare, un giorno, lo spot del Suntory, vedere Bob in quel locale con il bicchiere in mano e il suo sorriso tipicamente anglosassone farmi il segno della pistola.

Invece, finito il bicchiere, pago, prendo il cappotto, fumo un’ultima sigaretta, e scendo dalla montagna con un ascensore, per tornare al mio modesto hotel a Ebisu. Quando quella sera mi metto a letto, sogno quella vita, quello spot, Bob, e quella donna con cui sarei invecchiato senza sapere nulla di lei, senza conoscere la lingua dei suoi pensieri.

Prima di prendere l’aereo, penso che in fondo lo spazio c’era, occorreva solo cercarlo meglio:  nelle vite che non vivremo mai,  nelle persone con cui avremmo potuto passare la vita intera e che poi non abbiamo più sentito, nella  luce trovata a metà strada mentre cercavamo di raggiungere la luna con l’ascensore.

La sala fumatori è così piccola.  Il fumo che soffi fuori e che la parete ti rimanda indietro, in faccia: non c’è posto nemmeno per quello. Forse è così che funziona, soffi fuori quello che hai dentro, non vai da nessuna parte, ti torni addosso. E resti lì, in una stanza troppo stretta, con due sconosciuti che tra poco ricominceranno a cantare.

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