SOMEWHERE – La filigrana dei ricordi
Esistono alcune domande di cui decidiamo le risposte pur non essendoci alcuna probabilità che ci vengano poste né tantomeno che si verifichi l’avvenimento su cui siamo stati interrogati.
Non è così inusuale, ad esempio, sapere quali siano i tre desideri da chiedere al genio della lampada qualora si palesasse (o quantomeno, per i più umili, una richiesta su tre). Oppure, quale superpotere scegliere nel caso remoto di poterne averne uno.
La verità è che essere pronti a questo tipo di domande è una scelta, perché pur non sapendone nulla è sempre meglio avere pronta anche una risposta. Ma può capitare di intercorrere in altro tipo di domande: quelle dell’amico che sa tutto e vuole mettere alla prova, le stesse del malcapitato influencer che ferma per strada e chiede di rispondere a una domanda di fronte alla camera del telefono. Purtroppo la probabilità che accada non è pari a quella del genio, e sicuramente farebbe più piacere quest’ultimo rispetto all’amico o all’influencer di via Roma. Tuttavia, ora che si sta seguendo questo filo logico, possiamo provare a immaginare lo scenario in cui la domanda in questione sia a tema cinema e, perché no, potrebbe essere proprio: Sai farmi il nome di tre registe?
Se l’amico/influencer è un po’ scemo, dopo registe specificherà anche: donne; perché non si sa mai, che forse le registe ogni tanto sono in realtà uomini, e non sarebbe nemmeno più necessario arrovellarsi per capire come mai come delle donne-donne abbiano del talento.
Una cosa si può dire abbastanza per certa, e cioè che tra questi tre nomi comparirà quello di Sofia Coppola (in caso di necessità, per completare la triade ed essere pronti al braccaggio in via Roma, consigliamo di aggiungere ad esempio Alice Rohrwacher e Agnès Varda).
Sofia Coppola è regista di alcuni film ormai cult in cui le teste bionde e lisce tornano come marchio di fabbrica: partita con Il giardino delle vergini suicide (1999), approdata a Lost in translation (2003), ha proseguito con Marie Antoinette (2006) ed arriva al film di nostro interesse, Somewhere (2010).
La prima cosa che può valer la pena dire è che per quanto l’ordine cronologico corretto sia quello appena riportato qui sopra, l’istinto per quanto riguarda gli ultimi due film vorrebbe invertirli. E non tanto per un’evoluzione tecnica o di immaginario, quanto per la resa dell’immagine, perché Somewhere alla vista dà la sensazione di essere antecedente a Marie Antoinette. Eppure, tale resa non è soltanto percettiva, ma un effetto ben preciso voluto dalla regista, che per questo film semi autobiografico cerca di restituire la filigrana dei suoi ricordi scegliendo le macchine da presa di suo padre. Per giustificare la sua posizione, Sofia Coppola dice: “Gli obiettivi che abbiamo usato per girare Somewhere, sono gli stessi che mio padre ha utilizzato per Rusty il selvaggio nel 1983. Sono obiettivi Zeiss che hanno una qualità più tenue; l’HD ci ha abituati all’assoluta nitidezza, ma in questo caso volevo ottenere una sensazione più romantica».
La scelta tecnica non è fine a sé stessa e la prova è il fatto che diviene anche uno specchio contenutistico nella storia. La vicenda riportata è di fatto ispirata alla sua personale, specificatamente alla relazione con suo padre, Francis Ford Coppola appunto. Il film attraversa così il rapporto tra un padre dissoluto e molto famoso e una biondissima figlia agli albori della sua adolescenza.
Come tutte le recensioni in rete segnalano, la chiave del film viene consegnata in apertura, nella lunghissima scena senza capo né coda – anche perché proprio di un circuito si tratta – di una Ferrari nera che sfreccia in un circolo continuo inserito in mezzo alla desolazione più assoluta. La scena pare potenzialmente infinita e getta lo spettatore in una condizione di stasi, in cui non sa bene come e cosa fare per uscirne.
In tanti altri modi le domande di Coppola rimangono poi le stesse: è possibile interrompere questa – seppur lussuosa – corsa senza meta? È tanto diversa da altri sistemi chiusi in cui ci si ritrova imprigionati?
La stasi di Somewhere non è infatti una sospensione contemplativa, quanto un ripetersi di gesti, luoghi ed eccessi che per quanto dinamici non producono alcuna vera trasformazione. Così il successo del protagonista, l’onnipotenza che solo la fama può dare, prende la forma della miseria, di un immobilismo travestito da avventura, di una Ferrari che corre in circolo. Una stasi esistenziale che forse una bambina da sola non può interrompere, ma almeno per un momento può rendere visibile.
Come spesso accade, avvicinarci attraverso una storia particolare e singola permette di trovare qualche risposta in più. E anche senza un genio che ce ne venga a chiedere conto non è male di tanto in tanto porsi ancora la domanda, per provare in qualche modo ad avere la risposta pronta. Sofia Coppola pare che l’abbia fatto.
Nota finale: si noti che l’amico un po’ scemo comunque non è peggio dell’AI overview di Google. Che inserita nella barra di ricerca la dicitura “registe nomi” per vedere che avrebbe detto, consegna il risultato de “I maestri del cinema italiano” e se gli si fa notare che “ho scritto registe con la E finale”, risponde come l’amico scemo che – scusa, ho letto male.