Seleziona una pagina

LUNEDÌ CINEMA – Clerks – Commessi

I’m not even supposed to be here today.

Non dovrei neanche essere qua oggi. Un pensiero comune, per un ragazzo comune, che si sveglia al mattino con il telefono che squilla e si ritrova costretto a lavorare in un giorno di ferie per coprire un collega malato. Raggiunge il minimarket dove lavora come commesso, scopre che le serrande del negozio sono bloccate da una gomma da masticare nella serratura; allora prova a sollevarle, ma senza successo, e le lascia semi abbassate con un lenzuolo appeso sopra su cui scrive “I ASSURE YOU WE’RE OPEN”. Non dovrei neanche essere qua oggi, devono aver pensato anche alcuni spettatori di fronte a questa scena nell’ottobre del 1984. Sullo schermo della piccola sala cinema dell’American Film Market, iniziava un lungometraggio in bianco e nero sulla giornata di Dante, tra clienti dalle richieste assurde e conversazioni sul nulla con l’amico Randall, commesso anch’egli nella videoteca accanto. 

Clerks è tutto qua. Nient’altro. Un film indipendente a budget bassissimo, prodotto e girato da Kevin Smith vendendo la propria collezione di fumetti. Un racconto sulla condizione del regista ai tempi, di quel che viveva e lo circondava. Di un mondo che una scena dopo l’altra prende vita, ma non colore. Il bianco e nero di Clerks è infatti già una dichiarazione. Piatto, monocromatica, come l’occhio di una camera di sicurezza, lontano da ogni forma di eleganza cinematografica. Una scelta per mantenere basso il budget, certo, ma non solo.

Ma Clerks vive in questa stasi, anzi: Clerks è la stasi. Sociale forse, di certo lavorativa, soprattutto esistenziale. Il tempo sembra non scorrere e negli spazi, che più che sospesi appaiono stagnanti, i personaggi si muovono a fatica, stretti come bruchi nel bozzolo, ma incapaci di evolversi. Il minimarket, la strada, il videonoleggio, persino il tetto, sono luoghi inesistenti, in cui persone, discorsi e avvenimenti entrano ed escono senza intenzione di fermarsi. Un bozzolo, sì, come quello delle farfalle o delle falene, una condizione paradossale in cui non si è più ciò che si era, ma neanche ancora ciò che si diventerà. E intorno il mondo scorre, in una giornata come in tutte le stagioni. In Clerks, i protagonisti Dante e Randal sprofondano nel bozzolo, non riuscendo a fare niente se non restare immobili. Non sentono di appartenere a un’età o al luogo di lavoro. Alla città intorno, a una relazione, a un futuro. Ogni giornata è quotidianità che si ripete in modo ossessivo, tra piccoli incidenti e crisi che non cambiano mai davvero la situazione. 

Nel bozzolo d’altronde non valgono le regole. Quelle del mondo, quelle della natura, nemmeno quelle del cinema: non c’è una vera avventura, non c’è un viaggio, non c’è una conquista finale. È il rifiuto dell’epica, del compimento del destino e dell’impresa, dell’eroe che chiude la sua storia. Solo clienti fastidiosi, l’odore delle sigarette, conversazioni e relazioni mediocri. Lo scorrere continuo e permeante dell’irrilevante. Da qualche parte, i personaggi sembrano credere che esista un oltre. Una trasformazione che esiste, si può quasi intravedere, ma allo stesso tempo appartiene al mondo altro – lontano, fuori dal minimarket, irraggiungibile. La metamorfosi appartiene agli altri. 

Anche questo allora è Clerks. Un film sulla trasformazione, sulle fasi e sulle crisi della vita di ognuno, sulle scelte difficili e sulla difficoltà nel prenderle. E riesce a esserlo negando ogni cosa. Non dovrei neanche essere qui oggi. Ogni volta che Dante si lamenta della sua sorte in realtà sta solo rimandando la propria metamorfosi. Non dovrei neanche essere qui, come alibi di una rivoluzione mancata, l’accettazione passiva della propria stasi. Essere bruco, essere farfalla, essere da qualche parte, persi tra i due stadi. Clerks è stasi, Clerks è il bozzolo. In cui stringe sé stesso, i suoi personaggi, tutti noi che guardiamo, in tutte le possibilità che si rifiuta di scegliere. Nella risata e la disperazione, quando si rimane fermi in una forma indefinita di esistenza.

 

 

 

Moth Produzioni

Uno studio di narratori associati non esiste.

Se sai definire cosa sono cinque narratori freelance con p.IVA autonoma, facci sapere, grazie.

Naviga

Seguici